Il ragazzo e il suo cane

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“Sono passati solo ventidue anni”.

Alla fine è bello avere un’età in cui si può dire una frase del genere. Ventidue anni dopo ho ancora la copia del “Science Fiction Film Source Book” di David Wingrove comprata per poche migliaia di lire alla benemerita “Borsa del Fumetto” a Milano, polverosissimo  reperto che ha passato buona parte di questo quasi quarto di secolo su armadi o in scatole sotto il letto. Nel libro, segnati con un puntino (a matita, quasi invisibili) i film visti. Non segnato, e in attesa di esser visto, con una favorevolissima recensione: “A Boy and His Dog” (Usa, 1975) dall’acclamata short story di Harlan “Non ho bocca e devo urlare” Ellison (che, pluripremiato dal fandom, è un autore tutto da riscoprire). Dunque la visione, (che io sappia il film non è mai passato in Italia) ha atteso ventidue anni, quando sul benemerito Public Domain Torrent (che ha una discreta collezione di genere) ho scoperto pubblicato il DivX del film – post-atomico ben classificato nella gradevole classifica top 50 dystopian movies. (Io però preferisco la dizione “Utopia Negativa” e la metà dei film citati tra i cinquanta, effettivamente non sono del genere).

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Bella fotografia e storia pompata negli aspetti grotteschi criticava (con una certa ragione) Wingrove. Non il peggiore degli adattamenti, dunque, sorte che, nel campo della SF tocca a Dick (tutto oscenamente massacrato o tradito a cominciare da Blade Runner – bello ma non dickiano- per arrivare a Minority Report – non bello e ancora meno dickiano) come autore e a “I am Legend”** come romanzo.

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Il capolavoro di Matheson festeggia quarant’anni di riusciti tentativi di massacro (e forse il primo film “L’ultimo uomo sulla Terra – con Vincent Price è il migliore – anche questo su Public Domain Torrents) culminati con la versione del 2007. Un film con un pregevole Wil Smith che butta via la storia per un finale immondo e perchè non si può fare a meno (pensano i produttori di oggi) di milioni di dollari di CGI che rendono i vampiri appena meno realistici dei  mostri di un videogioco.

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E anche il medio The Omega Man (in Italiano con l’epico titolo “1975:occhi bianchi sul pianeta terra” – passava su Raitre e su Retequattro a orari antelucani) che Wingrove stroncava e che “I’m the Legend” prende alla base proprio come un remake, alla cura del tempo sopravvive quasi migliorando per i basettoni di Charlton Heston (epico pure lui), un John Colicos spiritato, lo split screen (nostalgia della mia gioventù) e le improbabili pettinature afro.

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E allora qual è la migliore fantascienza di oggi?  Quella mumble-core di “Primer” (Usa, 2004) (sul sito si può comprare il DVD d’importazione) dove giovani ingegneri (nerd più che geek) con le camicie in acrilico cambieranno il mondo da un laboratorio nel garage (ma è impossibile!!), quella teoretica superstring di “Sunshine” (ingredienti: q-ball, solitoni etc. etc.)  quella accanitamente politica di “28 Weeks Later”,  quella vittoriana quasi steam-punk di certe serie americane bgalactica

(da Battlestar Galactica a Lost a, perchè no,  House MD). Al confronto  quanto mi deludono i megablockbuster o i “cristologici” a la Children of Men*.

Allora ben vengano i (piccoli) classici di trent’anni fa.

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* Children of Men però scatena tutta la mia passione per la musica sacra -  la colonna sonora (John Tavener qui recensita) è al servizio della natività penitenziale, compresa un’eccezionale versione di Good Bye Ruby Tuesday che da sola vale il biglietto. Canta Battiato, ovviamente.

** David L. Pike parla di Will Smith e confronta “I’m the legend” con “A Boy and His Dog” in questo bell’articolo di Bright LIght che ho, inconsapevolmente, plagiato per il titolo del mio post. Non per nulla è il mio sito di cinema preferito.

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Un altro, disordinato, elenco di film post-apo.

19 marzo 2008 - 10:52 | tags: , | Nessun commento

Se quel guerrier io fossi

teatro Respirare, anche se solo per qualche ora, per qualche giorno, l’aria magica del teatro (o la prosaica polvere che il corpo di ballo muove sul palcoscenico) riporta a passata passioni.

Razionalmente riconosco che non resisterei (più) alla vita nomade e miserabile delle trasferte e delle tournèe con le compagnie di giro, i baracconi di nani e ballerine, solisti sfiatati e invecchiati, vestali appassite, inguaribili appassionati, criptonarcisi, volpi senza furbizia  e vixen senza sensualità.

Eppure mi mancano i finali travolgenti e gli acuti, il fa cercato (e raramente trovato) strizzando il diaframma o il sol bemolle basso (chiusura di Aida, ancora per fare un esempio) che dilata e fa vibrare il petto, le uscite in scena e gli scherzi prima che apra il sipario, concentrati perché non si perdano le parole e non si sia costretti a mugugnare solo inventate vocali (il pubblico lo saprà ?) oppure non si prendano (capita: mi è capitato) attacchi dassolo e fuori tempo (ma non tanto, appena una battuta prima).

Mi manca ancora di più il dopo spettacolo quando, l’adrenalina ancora alta, a notte fonda si cena e si scherza – le voci sfatte o ancora impostate e il trucco che si sfalda – e si conosce persone nuove. A volte, se si è fortunati, un poco ci si innamora.

22 ottobre 2007 - 16:55 | tags: | Nessun commento

She came in through the bathroom window

775 inutili parole su Heroes serie americana di fantascienza -Youtube- riti di iniziazione – fumetti – documentari – Matrix vs Equilibrium

La prima sequenza di Heroes1) Per qualche ragione il rito d’iniziazione, per il giovane (in genere maschio) che scopre i poteri o meglio di potere, coinvolge un palazzo, un terrazzo e una caduta. Per qualche ragione o forse per l’influsso di un vecchio documentario che David Attemborough girò nell’Isola di Pentecoste pubblicizzando l’arcaico rito del tuffo dalle torri di legno e che divenne un classico di “Avventura” o di qualche programma similare della splendida RAI degli anni 70. (Stessa probabile origine per il più canonico “bungee jumping”, se vogliamo.)

2)Come nell’isola di Pentecoste, se si vuole crescere davvero bisogna buttarsi.
Ovviamente si butta Dane McGowan dagli oltre 200 metri di Canary Wharf il grattacielo più alto di Londra, dove il suo folle mentore (uno dei sui folli mentori) lo conduce… è una delle scene più intense di “The Invisibles”, il geniale e squinternato fumetto di Grant Morrison: si butta e gli si apre un nuovo coraggioso mondo onirico e cospiratorio.
È la scena più smaccatamente copiata in “Matrix” il film che vanta il più grande numero di “ispirazioni”: mi ricordo che quando l’ho visto la prima volta, al benemerito cinema estivo Roma, al termine ero soddisfatto e frastornato dalla quantità di “ispirazioni” appunto, e mi chiedevo se sarebbero arrivate le cause per plagio almeno dagli eredi di Phil Dick. Ironia della sorte Matrix ha avuto un plagio quasi totale (con addirittura una scena totalmente ripetuta) con l’interessante “Equilibrium”.
(Interessante, soprattutto, comparare il migliore attore dei nostri giorni – Christian Bale ormai destinato ad essere oggetto di culto per la sua bravura “disumana” – con Keanu R. probabilmente il più inespressivo di tutti e in Matrix semplicemente inerte).

3) Se è necessario sporgersi sul ciglio del precipizio e buttarsi per crescere, allora perchè non farlo quel passo avanti? Se siamo gli eletti voleremo (o almeno sopravviveremo alla caduta) è matematico, e diventeremo eroi.
“Heroes” è la serie che NBC manda in onda con successo (destinata ai canonici 22 episodi di una serie completa ed oltre) e che, immagino, vedremo compiere la trafila alla “Lost”, prima sapidamente a disposizione di chi paga Sky e poi rovinata da RAIDUE a botte di tre episodi per volta. (NB. invece voci di corridoio me la dicono acquistata da Mediaset per Italia 1: – destino per altri versi immutato). Nella prima scena di Heroes un venticinquenne Peter Petrelli (un Peter P. come l’amazing Peter Parker, un altro che regola i conti postpuberali lanciandosi dai grattacieli) sul tetto del palazzo di New York si butta e vola via: è il sogno inspiratore. I superpoteri, lo sappiamo già, arriveranno e con quelli anche la canonica dose di superproblemi (Stan Lee secondo me, ci fa il pensierino ad una bella causa).
In lieve variazione sul tema ripete la cheerleader Claire, buttandosi da una impalcatura nel suo sesto tentativo di farsi del male davvero. Ma il suo superpotere è un “healing factor” anche più efficiente di quello di Wolverine e mentre le ossa si riformano e i tessuti lacerati si riparano le basta poco per rimettersi in sesto: anche per lei la prova di iniziazione è superata (infatti diviene ufficialmente un’eroina salvando subito un tale in un incendio). Avrà anche lei i suoi problemi ?
Più metaforico il salto di Hiro Nakamura, eroe eponimo della serie, capace di “curvare lo spazio tempo” e saltare per il tempo avanti e indrè (e ci aspettiamo la solita razione di paradossi). Hiro è il più interessante degli “heroes” e il più onesto: siccome i debiti si pagano testimonia subito qual è la sua fonte, il suo manuale del viaggio del tempo. È “Giorni di un futuro passato” la miniserie di X-Men scritta da Chris Claremont negli anni ottanta (ok, Chris, ti dobbiamo una birra!).
4) Heroes, come “Matrix” è una divertente e ben scritta saga del già visto: vero e super fumetto televisivo anche se, criticano giustamente alcuni, chiamare graphic novels le quattro pagine a fumetti disponibili sul sito ogni settimana, sembra un po’ esagerato. Heroes deve la trama supercomplicata e il festival dei personaggi a “Lost” e al suo strepitoso successo. Condisce con un realismo supereroista ispirato a “Watchmen” che, prevedo, vedremo filtrare sul grande schermo nei prossimi progetti delle major, aggiunge i soliti intrecci amorosi, non comuni tocchi grand-guignoleschi e qualche ingenuità attoriale. Con la solita, encomiabile, splendida fotografia vero tratto distintivo della fiction di qualità americana (e vero handicap delle produzioni de’ noaltri)

l’inizio di Heroes momentaneamente disponibile su YouTube.

And so I quit the police department
And got myself a steady job
And though she tried her best to help me
She could steal but she could not rob

She came in through the bathroom window, nella versione strozzata di Joe Cocker era la sigla di “Avventura” (ca 1975/78)

It may be the best song on the finest album by the greatest rock group of all time.

21 novembre 2006 - 0:39 | tags: | Nessun commento

Black Dahlia

Ho visto, con l’immaginazione, un film che non ha ancora visto nessuno: “Black Dahlia” di B. De Palma. Perchè “La Dalia Nera” è il migliore e il mio primo Ellroy, letto dietro consiglio di un vero libraio, come nelle grandi città davvero non ci sono più, e infaustamente più volte consigliato.
(Perchè è un libro dove la violenza traborda le pagine e ti fa male). Perchè sono sicuro che De Palma tradurrà (come Hanson in L.A. Confidential ) con la necessaria patina anni quaranta e la usuale competenza, nè mancherà il piano sequenza pezzo-di-bravura che farà tutto (con l’esclusione della hors categorie Scarlett Johansonn) molto già visto.
Magari mi sbaglio ma si rilanceranno le storie trucide della Holliwood nera (che già infestano il web e ho paura anche solo a citarle).
Magari mi sbaglio ma ugualmente mi premunisco e provo a procurarmi una copia di “La Dalia Azzurra“, il film del 1947 alla base del soprannome della vera vittima. Un film veduto l’ultima volta una ventina d’anni fa ma ancora abbastanza in memoria (grazie ad un’altra hors categorie: Veronica Lake).

26 luglio 2006 - 18:44 | tags: | Nessun commento

Dal classico al pop.

martedì, 23. novembre 2004, 12:58

i_colori_del_bianco Forse, se la percezione del passato antico fosse stata questa…
all’improvviso, un mondo che siamo abituati a percepire come austero e riflessivo, si ribalta completamente e diventa allegro come un circo.

http://www.adnkronos.com/Cultura/2004/Settimana48da22-11a28-11/20041122Icoloribianco.html

Ispirato dal mio divulgatore eroe: Philippe Daverio e la splendida Passepartout

23 novembre 2004 - 17:27 | tags: | Nessun commento

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